Scuola e sport, è tempo di cambiare: prima formiamo persone, poi atleti


L’editoriale del Presidente dell’ASD Sporting Savoca

Da presidente di una società sportiva che lavora quotidianamente con bambini e ragazzi, c’è una domanda che ritengo non possiamo più evitare: perché in Italia scuola e sport continuano troppo spesso a viaggiare su strade separate?

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Ogni giorno vediamo società sportive, allenatori, dirigenti e famiglie impegnarsi con enormi sacrifici per permettere ai giovani di praticare sport.

Li accompagniamo agli allenamenti, organizziamo campionati e trasferte, investiamo nella formazione dei tecnici, cerchiamo di migliorare strutture e organizzazione. Ma soprattutto proviamo a trasmettere valori.

Tutto questo è fondamentale.

Ma non può essere soltanto responsabilità delle società sportive e delle famiglie.

Serve un sistema.

E in questo sistema la scuola deve avere un ruolo centrale.

Lo sport non è tempo sottratto allo studio

Dobbiamo superare definitivamente una convinzione che ancora oggi, in alcuni casi, continua a resistere: pensare allo sport e allo studio come se fossero in competizione.

Non lo sono.

Un ragazzo che pratica sport con serietà può imparare a organizzare il proprio tempo, rispettare gli impegni, affrontare le difficoltà, collaborare con gli altri e assumersi responsabilità.

Sono gli stessi principi che servono per affrontare con maturità il percorso scolastico e, successivamente, la vita.

Per questo dobbiamo smettere di domandarci se venga prima la scuola o lo sport.

La formazione di un giovane deve comprendere entrambi.

Naturalmente lo studio rimane una priorità fondamentale. Ai nostri ragazzi dobbiamo ricordare che prima di essere calciatori sono studenti.

Ma proprio per questo scuola e sport dovrebbero collaborare maggiormente, non ignorarsi reciprocamente.

Guardiamo ciò che accade fuori dall’Italia

Esistono nel mondo modelli diversi dal nostro.

Negli Stati Uniti il rapporto tra scuola, università e sport è profondamente radicato. In Giappone i club scolastici rappresentano una parte importante della formazione di molti studenti. In diversi Paesi del Nord Europa l’attività fisica viene valorizzata fin dall’infanzia come elemento di salute, benessere e crescita.

Non significa che dobbiamo copiare automaticamente questi sistemi.

L’Italia ha una propria storia, una propria organizzazione e un patrimonio straordinario rappresentato dalle migliaia di società sportive dilettantistiche presenti sul territorio.

Ma possiamo imparare un principio fondamentale:

lo sport deve essere considerato parte dell’educazione di un ragazzo.

Le società sportive non possono essere lasciate sole

Chi vive quotidianamente lo sport dilettantistico conosce bene la realtà.

Dietro una semplice partita di settore giovanile esiste un lavoro enorme.

Ci sono allenatori, dirigenti, segretari, accompagnatori, volontari.

Ci sono impianti da gestire, trasferte da organizzare, materiale da acquistare, iscrizioni, tesseramenti e tantissime responsabilità.

E poi ci sono le famiglie.

Genitori che accompagnano i figli agli allenamenti, affrontano chilometri, modificano gli impegni di lavoro e sostengono economicamente la loro attività.

Questo sistema svolge una funzione sociale enorme.

Ma dobbiamo avere il coraggio di dirlo: non possiamo pensare che la formazione sportiva dei nostri giovani continui a dipendere quasi esclusivamente dalla buona volontà delle società e dai sacrifici delle famiglie.

Serve una rete più forte.

Scuola, società sportive, Comuni, federazioni e istituzioni devono dialogare molto di più.

Il nostro compito non è creare soltanto calciatori

Allo Sporting Savoca abbiamo una convinzione molto semplice.

Quando un bambino entra in campo, il nostro primo obiettivo non può essere chiederci se diventerà un calciatore professionista.

Naturalmente dobbiamo aiutarlo a migliorare tecnicamente.

Dobbiamo offrirgli allenatori preparati, organizzazione, competenza e opportunità.

Se emergerà un talento, sarà nostro dovere accompagnarlo nel miglior percorso possibile.

Ma esiste una responsabilità ancora più grande.

Aiutare quel bambino a diventare una persona migliore.

Perché la maggior parte dei ragazzi che oggi gioca a calcio non diventerà un professionista.

Ma tutti diventeranno adulti.

Diventeranno lavoratori, genitori, professionisti, cittadini.

Ed è lì che capiremo davvero se abbiamo fatto bene il nostro lavoro.

Una vittoria vale più di tre punti

Nel calcio siamo abituati a misurare tutto attraverso i risultati.

Vittorie, sconfitte, classifiche.

Ma nel settore giovanile esistono risultati che non compariranno mai in nessuna classifica.

Un ragazzo che impara a rispettare l’avversario.

Un giovane che dopo una sconfitta trova la forza di ripartire.

Un calciatore che comprende l’importanza dello studio.

Un gruppo che impara ad aiutare il compagno in difficoltà.

Un ragazzo che cresce educato, responsabile e consapevole.

Queste sono vittorie.

E probabilmente sono le vittorie più importanti che una società sportiva possa conquistare.

Serve un nuovo patto educativo

Credo sia arrivato il momento di costruire un vero patto tra scuola, sport, famiglie e istituzioni.

Le scuole potrebbero collaborare maggiormente con le realtà sportive qualificate del territorio.

Gli impianti potrebbero diventare luoghi sempre più accessibili ai giovani.

Le società potrebbero mettere a disposizione competenze ed esperienza.

Le istituzioni dovrebbero sostenere concretamente progetti capaci di avvicinare ogni bambino allo sport, indipendentemente dalle condizioni economiche della famiglia.

Non servono iniziative occasionali.

Serve una visione.

Perché investire nello sport giovanile significa investire nella salute, nell’educazione, nella prevenzione del disagio e nella socialità.

Significa investire nel futuro delle nostre comunità.

Formiamo atleti, cresciamo persone

La nostra società ha scelto una frase che rappresenta ciò che vogliamo essere:

“Formiamo atleti, cresciamo persone.”

Non è soltanto uno slogan.

È una responsabilità.

Vogliamo aiutare i nostri ragazzi a diventare calciatori migliori, ma vogliamo soprattutto che comprendano il valore dello studio, dell’educazione, del rispetto e dell’impegno.

Una società sportiva deve avere il coraggio di guardare oltre il risultato della domenica.

Perché possiamo vincere campionati, tornei e coppe.

Possiamo festeggiare un gol o una promozione.

Ma il successo più grande arriverà tra qualche anno, quando incontreremo uno dei nostri ragazzi ormai adulto e vedremo davanti a noi una persona educata, responsabile e capace di affrontare la vita con i valori che lo sport gli ha insegnato.

Quella sarà la nostra vittoria più bella.

E allora torno alla domanda iniziale.

Se alcuni dei sistemi sportivi più sviluppati hanno compreso quanto sia importante unire istruzione, attività fisica e formazione, perché in Italia continuiamo ancora troppo spesso a tenere scuola e sport separati?

È arrivato il momento di cambiare prospettiva.

Non possiamo chiedere soltanto alle società sportive di formare gli atleti di domani.

Dobbiamo costruire insieme le persone di domani.etto.

ASD Sporting Savoca – Formiamo atleti, cresciamo persone.nte dalle possibilità economiche della propria famiglia.

È qui che si costruisce una vera cultura sportiva.

La domanda, allora, diventa inevitabile: se alcuni dei Paesi con i sistemi sportivi più sviluppati hanno scelto di attribuire alla scuola un ruolo importante nella formazione sportiva ed educativa dei giovani, perché in Italia continuiamo troppo spesso a considerare scuola e sport come due realtà separate?

Il futuro dello sport italiano non si costruisce soltanto negli stadi, nei palazzetti e nei centri di allenamento.

Comincia nelle scuole, tra i bambini e i ragazzi che rappresentano gli atleti, ma soprattutto i cittadini, di domani.